Festival MusicAntica – Baroque Stories: debutta il 19 agosto l’edizione 2023

Con il concerto “Crudo mar di fiamme orribili” prende avvio martedì 19 agosto l’edizione 2023 del festival. Appuntamento a Palazzo Veneziano di Malborghetto Val Canale con il baritono Patrizio La Placa, l’ensemble Cenacolo Musicale e la musica di Alessandro Stradella.

Martedì 19 agosto alle 21 con il concerto “Crudo mar di fiamme orribili – Stradella e la cantata italiana” (in collaborazione con il Festival Risonanze e Fondazione BON) nel cinquecentesco Palazzo Veneziano di Malborghetto Val Canale (UD), debutta la nuova edizione del Festival MusicAntica-Baroque Stories, ideato da Barocco Europeo seguendo la formula consolidata che vede nella diffusione degli eventi sul territorio, nella multidisciplinarietà e nell’interscambio tra linguaggi artistici differenti i suoi punti di forza.
Il concerto è dedicato alla figura di Alessandro Stradella (1643 – 1682) con l’intento di mettere in luce la magnificenza del suo stile attraverso le sue cantate e mottetti, intrecciandoli alla produzione di autori coevi che hanno abitato quegli stessi luoghi d’Italia in cui il compositore visse per un certo periodo della sua vita: Arcangelo Corelli (1653 – 1713) e Giuseppe Valentini (1681 – 1753).
Il programma, che impegnerà il baritono Patrizio La Placa – accompagnato dai musicisti di Cenacolo Musicale Gabriele Politi, Leonardo Bellesini (violini), Giancarlo Trimboli (violoncello), Fabiano Merlante (tiorba), Donatella Busetto (organo) – contempla la Sinfonia a tre in re maggiore; la cantata per basso e continuo Dalle sponde del Tebro; il mottetto per basso e archi Exultate in Deo fideles e la cantata Crudo mar di fiamme orribili, che ha ispirato il titolo del concerto.
Le opere di Stradella saranno intercalate dalla Sonata Ciaccona in sol maggiore, op.II n.XII di Arcangelo Corelli e la Sinfonia Op.1 n.4 in re minore di Giuseppe Valentini nell’esecuzione di Gabriele Politi e Leonardo Bellesini.

Giulia Genini

Grazie al suo nuovo progetto discografico per Arcana, Giovanni Picchi esce dall’ombra. Ci può parlare di questo musicista veneziano la cui musica solitamente è registrata in antologie con altri autori?

Giovanni Picchi (1572-1643) è stato un compositore veneziano, probabilmente allievo di Giovanni Croce, attivo come organista dapprima ai Frari, poi in San Rocco. La sua biografia è costellata di aneddoti che ci rivelano una personalità a dir poco sanguigna. Già nel 1610 il suo nome compare in una denuncia che lo vede accusato di insegnare musica senza licenza. Nel 1612 lo ritroviamo atto a denunciare la poca trasparenza del concorso per il posto di organista presso la Scuola Grande di San Rocco, al quale partecipò senza successo, venendo superato da Giovanni Battista Grillo. Picchi vincerà il ricorso, obbligando la potente istituzione a riproporre il concorso al quale però egli, sdegnoso, non si presentò. Dopo diversi anni,  Picchi venne comunque chiamato in San Rocco in veste di organista e le turbolenze con la Scuola Grande si pacificarono. Conosciuto principalmente per la sua musica per tastiera e da ballo, Picchi dimostra attraverso le sue Canzoni da Sonar per ogni sorte d’Istromenti di padroneggiare totalmente anche il linguaggio della canzona/sonata per strumenti concertanti e basso continuo, tipico della Scuola Veneziana. Poco conosciuto rispetto ai suoi celebri contemporanei e poco o solo parzialmente considerato dai moderni esecutori, Picchi è in realtà un compositore veramente geniale. Le sue Canzoni aprono nuovi orizzonti sulla ricchezza, la varietà e la gloriosa bellezza dello stile veneziano per molti strumenti. 

Come mai con Concerto Scirocco ha scelto di incidere integralmente la raccolta “Canzoni da sonar con ogni sorte d’istromenti”?

Le Canzoni di Picchi sono un importantissimo compendio dello stile veneziano dell’epoca e degli strumenti che venivano utilizzati. Specificati in partitura vi sono violini, cornetti, tromboni, fagotto, violone, flauti e basso continuo: l’organico rappresenta appieno le caratteristiche dell’ensemble Concerto Scirocco. Ci è parso naturale approcciare questo repertorio che tanto “parlava” alla nostra formazione. In più, le canzoni sono ben 19 e una più bella dell’altra. Moltissime non erano proprio mai state incise prima d’ora, il che ci ha suggerito l’ambizione di presentarle in versione integrale. Siamo molto felici di averlo fatto, è un bel tributo a questo compositore che assolutamente non teme il confronto con i Gabrieli o con Dario Castello che, al contrario di Picchi, sono oggi molto inflazionati da chi suona il Seicento su queste tipologie di strumenti.

Dopo due dischi usciti per Arcana con Voce Suaves, questo è il primo disco in cui Concerto Scirocco si presenta da solo. Ci può raccontare la storia dell’ensemble?

Concerto Scirocco è un ensemble basato in Svizzera che riunisce musicisti provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, America, Russia ed altri paesi. Ci siamo conosciuti per lo più durante gli studi presso la Schola Cantorum Basiliensis, storico conservatorio di Basilea dedito allo studio della musica antica. Condividiamo una grandissima passione per le magnifiche sonorità del repertorio del rinascimento e del primo barocco. La nostra avventura, cominciata nel 2009, ci ha portati ad esibirci in importanti Festival in Olanda, Italia, Svizzera, Germania, Polonia e Francia e ad incidere per Arcana tre dischi di cui andiamo molto fieri, l’uno dedicato a Giovanni Croce, l’altro a Stefano Bernardi ed ora questa raccolta che riscopre la figura straordinaria di Giovanni Picchi. Riportare in luce importanti personalità della storia musicale antica è la nostra missione e lo facciamo applicando un buon mix della nostra passione e della nostra creatività, insieme ad una profonda e rispettosa conoscenza delle fonti e del loro contesto storico. 

Carlo Vistoli

Com’è nato il progetto Amor tiranno?

Dopo aver partecipato ad una registrazione dedicata a Filiberto Laurenzi con l’ensemble Sezione Aurea, il clavicembalista Filippo Pantieri mi ha proposto fare un nuovo progetto assieme; io ero proprio in cerca di qualche idea per un secondo recital solistico, dopo Arias for Nicolino, così abbiamo iniziato a prendere in considerazione varie possibilità. Il repertorio del XVII secolo è uno dei miei più amati, così ci siamo focalizzati su questo. Abbiamo poi deciso di delimitare il campo geograficamente – la produzione musicale legata a Venezia –, e tematicamente – storie di amori infelici.
Il repertorio è vasto, tra opere e arie singole tratte da raccolte e antologie pubblicate all’epoca, quindi si è trattato di fare una selezione: la scelta è caduta sui compositori più importanti, Claudio Monteverdi e Francesco Cavalli in primis, e anche su altri meno conosciuti ma ugualmente interessanti, come Benedetto Ferrari, Francesco Sacrati o, nuovamente, Filiberto Laurenzi. La sola eccezione è rappresentata dall’aria «Così mi disprezzate?» di Girolamo Frescobaldi, che infatti abbiamo deciso di inserire come bonus track: il compositore ferrarese non è legato all’ambiente musicale veneziano, ma il tema trattato si allinea perfettamente al fil rouge che avevamo pensato, e ho ritenuto che, con la sua vivacità, potesse essere una bella conclusione del CD. Per l’appunto, una questione importante che ci siamo posti è quella della varietà: il tema, infatti, potrebbe far pensare quasi esclusivamente a dei lamenti o comunque ad arie di carattere mesto, ma vi è anche un lato più energico, di reazione “attiva”, per così dire, o addirittura ironica. Così, mentre Iarba in La Didone o Idraspe in Erismena si crogiolano nell’amarezza, vi sono altri casi in cui questi amanti traditi o respinti esprimono la loro disillusione attraverso moti di furore (come Ottone ne L’incoronazione di Poppea, che medita l’omicidio) o addirittura di derisione (la ciaccona di Ferrari «Amanti, io vi so dire»).

Quando è iniziata la collaborazione con Sezione Aurea e il clavicembalista Filippo Pantieri?

Ciò che, prima di tutto, condivido con Pantieri è l’appartenenza alla stessa terra d’origine, la Romagna. Prima del CD di Laurenzi di cui sopra, lo avevo già conosciuto nel 2012, all’epoca del mio debutto in scena: Dido & Aeneasdi Henry Purcell messo in scena dal dipartimento di musica antica del Conservatorio Bruno Maderna di Cesena. Io interpretavo il ruolo della Sorceress, mentre lui era uno dei due clavicembalisti in orchestra. A dirigere era il violinista Luca Giardini. Due anni dopo, a Rimini, nell’àmbito della Sagra Malatestiana, un’altra produzione di nuovo del grande compositore inglese ci ha fatti ritrovare, King Arthur – spettacolo ripreso poi a Roma, Bologna e Pesaro. Una versione sui generis, che ho trovato particolarmente interessante, curata dal gruppo teatrale Motus, in cui musica e parola si compenetravano, per trovare vie di espressione fuori dall’ordinario. In questo caso, l’ensemble era Sezione Aurea, i cui componenti possono variare di volta in volta, ma in cui un punto fisso è costituito, appunto, dal clavicembalo di Pantieri. La loro attività è caratterizzata dall’attenzione alle prassi esecutive storiche ma anche dalla volontà di mettersi continuamente in gioco e aprirsi a contaminazioni con altri campi artistici (come la collaborazione con i Motus).

Dove è stato registrato il video promozionale?

Nello stesso luogo in cui abbiamo registrato il CD, ovvero il Castello Malatestiano di Longiano, sulle prime colline romagnole, a ridosso della riviera, presso la Fondazione Tito Balestra, che ci ha gentilmente concesso l’utilizzo dei suoi spazi. È un luogo incantevole, memore di secoli di storia e di cultura, che viene mantenuta viva dal centro d’arte che ci ha ospitato e che porta il nome del poeta longianese Tito Balestra. Abbiamo ritenuto che potesse essere un luogo adatto per girare il video, avendo a disposizione varie stanze e un ballatoio esterno da cui si gode una magnifica vista, con l’orizzonte che si estende fino al mare. Nella Sala dell’Arengo, proprio dove è stata fatta la registrazione, abbiamo utilizzato un’illuminazione artificiale, con l’ausilio anche di alcune candele, mentre nella sala al piano superiore, in cui sono esposte stampe e lettere, è stata sufficiente l’abbondante luce che entrava dalle finestre: era una bellissima giornata di fine dicembre, e ne abbiamo approfittato per farci fare la foto di gruppo che si trova all’interno del booklet, sulla terrazza che dà sulla vallata sottostante.
https://www.youtube.com/watch?v=gqPEQEz_OjA

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Paola Erdas

Come è nato il nuovo progetto discografico pubblicato da Hitasura Productions, attorno alla figura di Antonio Valente, compositore ingiustamente dimenticato?

Tanti sono i motivi: innanzitutto perché mi emoziona, e perché è musicologicamente interessante; perché appartiene a quell’Italia spagnola  alla quale ho dedicato tanti anni di studio, e di cui faceva parte anche la mia terra, la Sardegna; e di conseguenza perché Valente da moltissimo tempo fa parte della mia vita musicale accompagnandomi nel corso di tanti anni di musica.
Appena ebbi in mano una copia dell’Intavolatura venni immediatamente conquistata da questa musica così forte, in cui emergeva qualcosa di sottile, di affascinante, qualcosa cha andava oltre il tessuto musicale, che cominciò a risuonare in me, come fosse familiare. Valente entrò quindi in molti programmi da concerto: dal crossover A Night in Goa sulla musica Indiana e Iberica, a Hermosuras, progetto sulle Cantate da Camera spagnole del XVII secolo passando per Il Cembalo Intorno a Gesualdo.

Nel disco usa due differenti strumenti. Ci può raccontare le peculiarità di ciascuno di essi?

Il Cd nasce anche perché ci sono questi due meravigliosi strumenti antichi, perfetti per esprimere i due lati dell’opera di Valente. Il Virginale Rucellai, che nonostante l’appartenenza al patrimonio di una delle più importanti famiglie toscane è di costruzione napoletana della fine del XVI secolo, è assolutamente perfetto per far risuonare i Balli di Valente. Il suo suono forte e dolce al tempo stesso, quasi un suono di tiorba, sembra creato apposta per esprimere appieno l’energia della musica più “pop” del Cinquecento.
Il Cembalo Sansevero, stesso periodo storico, stessa provenienza Napoletana, anch’esso appartenuto a una famosissima famiglia della città partenopea, ha la voce ideale per esprimere l’animo più colto, serio senza mai essere noioso del nostro autore. Un suono elegantissimo, preciso, di un fascino più sottile, ma altrettanto coinvolgente.

Il programma si conclude con un omaggio a Carlo Gesualdo da Venosa. Come mai questa scelta?

Per due motivi: il primo perché i Gesualdo erano imparentati con i Sansevero, e quindi forse, chissà, il cembalo che ho utilizzato potrebbe essere stato suonato da Don Carlo in persona. E secondo perché Gesualdo è la conclusione del percorso musicale iniziato nel Regno di Napoli dalla prima generazione di grandi tastieristi del Sud, di cui Valente fa parte. Il Principe, come veniva chiamato, conclama quel primo Barocco che in Valente ancora profuma di Rinascimento.

Piovano & Pappano

Monumenti e miniature. Intervista di Carlo Cavalletti

Maestro Pappano, cosa ha significato poter utilizzare per questa registrazione uno Steinway del 1878, e quali sono le differenze più evidenti che ha riscontrato rispetto a un pianoforte moderno?
PAPPANO – Mi capita raramente di poter suonare su pianoforti d’epoca. Questo lo avevo suonato già molte volte e il fatto che sia stato costruito nel 1878 lo rende praticamente perfetto per le Sonate di Brahms. Lavorandoci con pazienza ho potuto scoprire un pianoforte che da un lato ha dei pianissimo quasi fantasmatici – noi in inglese diciamo ghostly – e dall’altro dei bassi che mi fanno pensare al fumo di un sigaro di Brahms, che creano un’atmosfera non netta e chiara ma con un suono che, in un certo senso, abbraccia la musica. Non è scontato trovare il giusto equilibrio perché è un pianoforte che, nonostante i pianissimo di cui parlavo, ha una risonanza che perdura anche dopo che il tasto è stato lasciato: il suono ha una vita più lunga rispetto ai moderni grancoda. All’inizio non è stato dunque facile da gestire, poi ho cercato di volgere tutto questo in positivo e di abbracciare
col pianoforte il suono del violoncello.

Maestro Piovano, a proposito: ci descriva il suono del suo meraviglioso Alessandro Gagliano del 1710 con soli tre aggettivi e ci dica due parole anche sulle caratteristiche del suo strumento.
PIOVANO – Il suono è potente, vellutato e affascinante. È uno strumento dalle grandi dimensioni, raro esempio del capostipite della Scuola Napoletana, con una meravigliosa vernice rosso/bruno, reminiscenza della grande Scuola Cremonese.

Maestro Pappano, questa registrazione ha una storia che parte da molto lontano: ci può raccontare quando lei e il M° Piovano avete iniziato a fare musica da camera insieme?
PAPPANO – L’incontro è avvenuto quasi vent’anni fa per un concerto al Tuscan Sun Festival di Cortona, in Toscana. Insieme a Dmitri Sitkovetsky dovevamo suonare il Trio op.8 di Brahms e Dima propose di coinvolgere come violoncellista Gigi con il quale lui suonava già da tempo. Quando un paio d’anni dopo sono stato nominato direttore musicale dell’Orchestra di Santa Cecilia a Roma, ci siamo ritrovati con Gigi – che di quell’Orchestra
è primo violoncello solista – e a quel punto abbiamo iniziato a suonare regolarmente in duo. Da allora, compatibilmente con la mia folle agenda, abbiamo tenuto sempre almeno uno o due concerti l’anno: a Roma, Milano, Firenze, Bologna, al Bozar di Bruxelles… Ma abbiamo girato parecchio l’Italia, suonando anche in città non grandi, come Mestre, Como, Ravello, L’Aquila, Pisa…e pianoforte, trentacinque minuti di musica dalla scrittura densissima per entrambi gli strumenti, quasi sinfonica, proprio come i due capolavori di Brahms, e i due Trii…

Per concludere, raccontateci qualcosa sull’ambiente particolare in cui ha visto la luce questa registrazione, la bella villa nella campagna Toscana che ospita questo splendido Steinway.
PIOVANO – C’è da dire subito una cosa: la profonda amicizia che lega il M° Pappano e me al padrone di casa, Nicola Bulgari, l’essere da lui ospitati in un ambiente caldo e accogliente immerso nella pace della natura toscana e il poter disporre di un pianoforte così ricco di storia, hanno reso già in partenza la cosa assolutamente speciale per noi, eliminando
del tutto quel senso di freddezza e asetticità e alleggerendo anche lo stress che si provano in genere in sala di registrazione… Anche ciò che vedevamo intorno a noi faceva la differenza: davanti ai nostri occhi c’era il dolce profi lo delle colline toscane e ogni volta che uscivamo per una breve pausa eravamo immersi nel verde, nell’armonia e nel silenzio.
PAPPANO – All’inizio ero molto curioso di vedere come la nostra idea di registrare in casa di un caro amico avrebbe potuto conciliarsi con un’acustica che naturalmente è diversa da quella di uno studio di registrazione… Però l’intimità del luogo, la sua bellezza, i dintorni, e la convivialità che abbiamo vissuto con tutte le persone coinvolte in vario modo nella realizzazione di questo disco – il tecnico del suono e quello del pianoforte, il volta pagine – ci hanno dato un’enorme gioia: con Gigi abbiamo suonato moltissime ore, ma non sentivamo mai la stanchezza. In fondo è stato qualcosa che ci ha consentito di ritornare alle radici di quella che infatti si chiama “musica da camera”. In un certo senso la nostra è
stata un’esperienza di salon “in excelsis”… E le Sonate di Brahms ci hanno accompagnato costantemente: ora l’una, ora l’altra, a volte
entrambe, tanto che io ormai le associo a un viaggio in Italia in compagnia di un amico come Gigi. Suonandole portiamo con noi tutta la nostra conoscenza, la nostra esperienza, il nostro amore per questa musica, cercando di rimanere sempre fedeli al lirismo che caratterizza il nostro essere musicisti italiani, o comunque di origine italiana, come me.
Noi siamo abituati a collaborare in orchestra e Brahms in un certo senso scrive sempre in modo sinfonico, pensando all’orchestra: ma nella sua scrittura c’è anche tanto lirismo. Insomma, il poter stare insieme a registrare questa musica con la quale abbiamo avuto ed abbiamo un rapporto così stretto e familiare è stato il coronamento di un lungo percorso
fatto di molte componenti diverse: emotive, tecniche, di amicizia, di viaggio alla scoperta dell’Italia…

Maestro Piovano, allora questo legame con l’Italia spiega meglio la presenza nella registrazione delle Due Romanze di Martucci che, infatti, avete eseguito spessissimo anche in concerto accanto a Brahms…
PIOVANO – Certamente e non solo Martucci. Nei nostri programmi abbiamo sempre inserito piccoli omaggi alla musica italiana: Braga, Cirri, Marcello, ma anche autori d’oggi come Michele Dall’Ongaro e Riccardo Panfili…
Martucci è noto soprattutto per la sua produzione pianistica e sinfonica e in effetti nel panorama dell’Ottocento italiano, dominato dall’opera, rappresenta una voce fuori dal coro. D’altro canto le sue Romanze, come dice già chiaramente il titolo, un po’ come i Lieder ohne Worte di Mendelssohn richiedono una cantabilità e un fraseggio tipicamente vocali che l’Italia da sempre aveva esportato in tutta Europa. Ma di Martucci non dimentichiamo la splendida Sonata in fa diesis minore per violoncello e pianoforte, trentacinque minuti di musica dalla scrittura densissima per entrambi gli strumenti, quasi sinfonica, proprio come i due capolavori di Brhams e i due trii…

Anna Prohaska

Marzo 2020, l’isolamento, i teatri chiusi, i concerti annullati, la paura del contagio e della malattia, la solitudine. Il soprano Anna Prohaska ha reagito alla pandemia dando vita a un progetto a cui stava lavorando da tempo, un album che raccogliesse alcune arie e cori meno noti di Johann Sebastian Bach. Complice il liutista e direttore Wolfgang Katschner ha registrato Redemption, un album che avrebbe dovuto rimanere in formato digitale e invece ora ha preso corpo.
In un’intervista esclusiva, ci spiega la genesi di un disco che diventa emblematico del nostro tempo

La copertina del suo nuovo CD, Redemption, contestualizza l’emergenza sanitaria del Covid. Ci sono collegamenti tra questo nuovo progetto di registrazione e i lockdown del 2020?
Ho sempre voluto registrare un CD con arie e cori meno noti di Johann Sebastian Bach, cioè non quelli delle Passioni o dalla Messa in si minore, così io e Wolfgang Katschner per mesi ci siamo confrontati su come realizzare un simile progetto. Poi con il lockdown di marzo abbiamo deciso di prendere “il toro per le corna” e trasformare questa tragedia delle cancellazioni dei concerti in una miracolosa opportunità. All’improvviso abbiamo avuto il tempo e la tranquillità di ascoltare in profondità questo insormontabile corpus di cantate e scegliere le arie e i cori più commoventi, stimolanti e contemplativi.
Penso che tutti noi musicisti, con l’interruzione forzata dei concerti dovuta alle misure sanitarie per il Covid, abbiamo attraversato momenti bui e di depressione. Io ho cercato una via d’uscita. Riunirsi per le prove e per la registrazione è stata una sorta di auto-redenzione. Abbiamo lasciato che la musica di Bach fluisse in noi e placasse in qualche modo le ferite aperte nelle nostre anime isolate.

Il suo precedente disco, intitolato Paradise Lost era incentrato sulla figura di Eva, sui temi del Paradiso e dell’esilio. Quali sono invece le tematiche di Redemption?
In età barocca le persone erano quotidianamente in contatto con la morte. Bach perse precocemente sua moglie, ma lo apprese solo al suo ritorno da un viaggio. Molti compositori videro morire i propri figli. Per noi invece la morte è quasi un argomento tabù e ho voluto, come dire… girare il coltello nella piaga.
Volevo anche esplorare il concetto di malattia dal punto di vista di una persona che viveva nel periodo barocco. Questi testi pietistici invitano all’autoaccusa, alla punizione di Dio con una piaga, con la morte, all’ambire a un posto migliore, alla redenzione, alla salvezza da parte di Cristo, anche attraverso il desiderio estatico del suicidio e, infine, vedere che le novole lasciano il posto al sereno e i raggi del sole iniziano a scorrere nel cuore, come in “Weichet Nur, betrübte Schatten”, unico brano non sacro del programma del CD.
Che sia stato l’Illuminismo il cammino fuori dalle tenebre e l’unica vera salvezza per l’umanità? Non posso affermarlo con certezza…

Che cosa ci insegnano la pandemia e i duri sacrifici imposti dalle misure sanitarie?
Il mondo della musica, e il business in generale, deve imparare la lezione di non abusare delle risorse del nostro pianeta per uno stile di vita insensato. La mia agenda non ha fatto eccezione. Idealmente tutti i promoter, i festival, le stagioni concertistiche e i teatri d’opera dovrebbero lavorare insieme e coordinare i loro programmi in modo che i musicisti possano pianificare spostamenti non affannosi da città a città evitando i troppi viaggi in aereo. Dovrebbe essere possibile con i moderni software!
Ma c’è ancora tanta invidia e possessività attorno alle esclusive e non c’è molta speranza. Penso che dovrebbe essere scontata la necessità di abolire i voli a breve distanza in Europa, potenziando i servizi ferroviari veloci affinché prendano il sopravvento.
Non credo che sarà mai possibile evitare al 100% le infezioni da parte di qualsiasi tipo di virus. Dovremmo vivere sotto una campana di vetro e rimanere a casa per il resto della nostra vita. Dobbiamo imparare ad affrontare questo virus.
A mio avviso è assolutamente assurdo che le persone siano ammassate in aerei e treni come nelle scatole delle sardine e non possano sedersi distanziate e indossando la mascherina in una grande sala da concerto. La soluzione non è certo quella di cancellare gli spettacoli con più di un cantante. Abbiamo bisogno di potenziare i test per i musicisti nei luoghi della musica classica, come succede per i calciatori, anche se i musicisti non hanno una lobby così potente.

Ksenija Sidorova

Per gentile concessione del Corriere Fiorentino – 17 febbraio 2021
Intervista di Francesco Ermini Polacci

È di una bellezza innegabilmente glamour, ha un sorriso solare, e possiede una comunicativa musicale che nasce dalla passione per il proprio strumento e dall’abilità con cui lo suona. Ma non è una pianista, né una violinista. Ksenija Sidorova è la fisarmonicista classica più celebre del momento. Il New York Times l’ha definita una «rivelazione», The Observer le ha riconosciuto un «virtuosismo mozzafiato».

E lei abbraccia la fisarmonica per affrontare Bach con la stessa disinvoltura che riserva a Piazzolla, o come quando si esibisce accanto a Sting o ai Blue.
Originali e trascrizioni, «ma queste solo— ha detto una volta — se il mio strumento può aggiungere qualcosa di nuovo».

Nata a Riga, poco più ditrent’anni fa, Ksenja Sidorov aè ora per la prima volta ospite dell’Orchestra della Toscana; sul podio Nil Venditti, direttrice
ospite principale. Un programma fatto di smaglianti colori, di scatenati ritmi e suadenti melodie latine, che vede la Sidorova solista protagonista del Concerto Aconcagua e del celeberrimo Libertango di Piazzolla; è il cuore di una serata aperta da El amor brujo di Falla e chiusa dalle Danze da Estancia di Ginastera.
Il concerto verrà trasmesso gratuitamente in streaming giovedì 18 febbraio (ore 21), sul canale YouTubee e sulla pagina Facebook dell’Orchestra della Toscana.

Il Concerto Aconcagua e Libertango si possono ascoltare anche nell’ultimo cd (Alpha) della Sidorova, Piazzolla Reflections, in uscita proprio in questi giorni; come il concerto dell’Ort, è un omaggio all’ammaliante compositore argentino, nel centenario della nascita. «Li eseguo ormai da diverso tempo — racconta la Sidorova — e di Aconcagua ho maturato una mia personale visione da fisarmonicista, anche se è stato scritto per il bandoneon (strumento più piccolo e più complesso della fisarmonica ndr). Cerco però di non pensare a questo quando lo suono. È sempre una tale gioia, per me e anche per i professori d’orchestra, poter eseguire insieme una musica così bella. Gioia pura!».
Il suono della fisarmonica incanta, il suo colore malinconico ti avvolge. E per Ksenija l’incantesimo è nato molto presto: «Avevo 6 anni. È stata mia nonna, quando passavo le mie estati con lei e il nonno in Russia. Mi regalò una piccola, vecchia fisarmonica e mi insegnò qualche passaggio, in modo da poter suonare e cantare insieme brani della tradizione popolare». Poi gli studi alla Royal Academy of Music di Londra, i primi successi in concerto e da allora non ha più smesso.

Ma cosa le piace, in particolare, della fisarmonica?
«Adoro quanto sia versatile. È uno degli strumenti più riconoscibili al mondo, ma è ancora abbastanza inusuale sulla scena della musica classica. Amo la fisarmonica e faccio tutto il possibile per promuoverla come uno strumento classico importante».

Non è un caso che il suo repertorio spazi da Bach a contemporanei che hanno scritto apposta per lei. E che consigli darebbe a un giovane che decide di studiarla?
«Gli direi che è uno strumento meraviglioso! Di divertirsi, di esplorare tutte le possibilità, di aprirsi a tutti i generi che può offrire. Di trovare un proprio
linguaggio espressivo e di non sentirsi mai limitato, perché la fisarmonica è davvero uno strumento che può fare tutto».

La Sidorova non è nuova ai palcoscenici italiani, anche se all’estero spopola assai di più, ma, non lo nasconde, ama l’Italia. «Qui avete la lingua più musicale del mondo. E le persone sono sempre aperte e sorridenti. Non c’è da meravigliarsi se così tanti grandi compositori sono venuti fuori dall’Italia. Amo il vostro pubblico, sempre molto entusiasta, anche se qualcosa non gli piace».
Stavolta, sarà quello da casa, davanti allo schermo.

Andrea Inghisicano

Il suo disco di debutto per l’etichetta Arcana si intitola Tempesta di Passaggi. A cosa si riferisce?
Il disco è composto da brani che mettono in luce svariate modalità espressive attraverso l’arte della diminuzione, o di far passaggi, con particolare predilezione per le caratteristiche cascate di note per le quali il titolo “Tempesta di passaggi” mi sembrava rappresentativo. Questo titolo prende spunto dal brano “Tempesta di dolcezza”, contenuto nella “Selva di varii passaggi” di Francesco Rognoni, stampata nel 1620.

Chi sono i “Cavalieri del cornetto”?
Nel 2017 ho creato il gruppo I Cavalieri del Cornetto, nato principalmente dalla voglia di sperimentare liberamente le mie idee sull’arte della diminuzione, In questo ensemble cerco di riunire musicisti che condividono questa passione, a mio parere ancora troppo poco praticata soprattutto in forma di improvvisazione. Il repertorio che eseguiamo maggiormente è la musica sia strumentale che vocale del XVI e XVII secolo.

A che età ha iniziato a suonare il cornetto?
Ho cominciato a suonare la tromba all’età di sette anni, ma soltanto a vent’anni ho avuto modo di sentire e vedere un cornetto, trovandomi a suonare la tromba barocca in una produzione in cui c’era William Dongois, grande cornettista francese. Un mio collega trombonista aveva un cornetto di plastica e me lo prestò, dicendomi che secondo lui era adatto a me. Da lì cominciai ed ebbi la mia prima lezione da Doron Sherwin, poi continuai con Bruce Dickey.

Tra i brani del CD Tempesta di Passaggi, a suo avviso qual è il più significativo?
Sono particolarmente affezionato al brano La Rose di Adrian Willaert, che eseguo quasi sempre nei miei concerti improvvisandoci sopra. Nel disco c’è la versione diminuita da Girolamo Dalla Casa, ed è stato il brano che più mi ha dato del filo da torcere in fase di registrazione, nonostante fosse quello che probabilmente avevo preparato maggiormente.

Vittorio Ghielmi

Qual è il segreto a cui fa riferimento il titolo del suo nuovo disco in uscita per l’etichetta Alpha?

Il ritrovamento fortuito di alcune fonti inedite, alcune non ancora accessibili al pubblico, una ritrovata nel 2018 ed oggi depositata alla Biblioteca Nazionale di Parigi. Queste fonti sono manoscritti in cui Marais stesso o alcuni suoi allievi o discepoli hanno annotato con dei codici speciali (sigle e segni) migliaia di informazioni relative all’interpretazione dei brani di Marais. Si tratta di annotazioni di tipo musicale e/o tecnico e sono così fitte da poter parlare di un “video” ante-litteram. Dopo averle decifrate abbiamo potuto seguire il gesto del Maestro nei minimi particolari, appunto come in un video. Si tratta forse di un unicum nella storia della musica. La decifrazione è avvenuta nell’ambito di un progetto di ricerca all’Università Mozarteum di Salisburgo, sotto la mia supervisione e con il fondamentale contributo del dottor Christoph Urbanetz.
Un libro su tema, con tutte le fonti, è in preparazione.

Com’è cambiato l’approccio interpretativo della musica antica rispetto ai pionieristici anni Settanta del secolo scorso?

Naturalmente vi è stato, per molti strumenti “antichi” (ma non per tutti) un innalzamento del livello tecnico. Credo però che sulla ricerca ed interpretazione vi sia ancora molto da fare. Le prime generazioni lavorarono di intuito e con grande passione. Da quelle esperienze si formarono dei “canoni” interpretativi che, anche per le forti personalità dei “pionieri”, portarono a confondere le interpretazioni personali dei grandi interpreti dell’epoca con un supposto stile “filologico”, bloccando in realtà una sana dialettica di ricerca e creatività all’interno della “musica antica”. Personalmente incito di continuo i giovani, (nella mia duplice veste di interprete e di direttore di Dipartimento e Professore al Mozarteum di Salisburgo e al Royal College di Londra) a non smettere di ricercare, di pensare con la propria testa, di trovare nuove soluzioni. La musica è un’arte viva e vive solo ed unicamente nell’intuizione artistica del momento. La preparazione a monte, tecnica strumentale, filologica, storica eccetera, è uno strumento indispensabile per capire un qualsiasi testo, antico e moderno, ma non fornisce alcuna garanzia sulla validità artistica di una interpretazione. Concepire la filologia della musica (antica e non) come una specie di marchio DOC, certificazione di “qualità originale” è un errore madornale, che è servito forse solo a vendere dischi. La verità, se ne esiste una, va cercata invece nella profondità artistica degli interpreti... e questo vale per tutti i tipi di repertorio.

Com’è nato il suo sodalizio artistico con Luca Pianca?

Luca fondò con mio fratello Lorenzo Ghielmi e con Giovanni Antonini il Giardino Armonico negli anni ’80, a Milano. Dieci anni dopo – sono più giovane 🙂 – iniziai una frequente collaborazione col gruppo e, nel 2000, registrai con Luca il nostro primo CD in duo. Da allora abbiamo suonato centinaia di concerti e registrato una decina di dischi. Nel contempo iniziai l’esperienza de Il Suonar Parlante, dapprima come consort di viole da gamba e nel 2007, con l’apporto indispensabile di mia moglie, il soprano Graciela Gibelli, fondammo Il Suonar Parlante Orchestra, che completa questo album.
Il concetto di dialogo tra i due solisti e l’orchestra, ideato da Graciela, non ha un mero fine di alternanza teatrale all’interno del disco. Abbiamo trasposto i suggerimenti delle annotazioni originali anche al materiale d’orchestra. Ne appare, come già apprezzato dalla critica francese e tedesca, un’immagine sonora e ritmica completamente nuova, rispetto a quello cui siamo abituati per il barocco francese. Spero sia un contributo duraturo alla conoscenza di questa musica meravigliosa ed inesauribile.

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