Piovano & Pappano

Monumenti e miniature. Intervista di Carlo Cavalletti

Maestro Pappano, cosa ha significato poter utilizzare per questa registrazione uno Steinway del 1878, e quali sono le differenze più evidenti che ha riscontrato rispetto a un pianoforte moderno?
PAPPANO – Mi capita raramente di poter suonare su pianoforti d’epoca. Questo lo avevo suonato già molte volte e il fatto che sia stato costruito nel 1878 lo rende praticamente perfetto per le Sonate di Brahms. Lavorandoci con pazienza ho potuto scoprire un pianoforte che da un lato ha dei pianissimo quasi fantasmatici – noi in inglese diciamo ghostly – e dall’altro dei bassi che mi fanno pensare al fumo di un sigaro di Brahms, che creano un’atmosfera non netta e chiara ma con un suono che, in un certo senso, abbraccia la musica. Non è scontato trovare il giusto equilibrio perché è un pianoforte che, nonostante i pianissimo di cui parlavo, ha una risonanza che perdura anche dopo che il tasto è stato lasciato: il suono ha una vita più lunga rispetto ai moderni grancoda. All’inizio non è stato dunque facile da gestire, poi ho cercato di volgere tutto questo in positivo e di abbracciare
col pianoforte il suono del violoncello.

Maestro Piovano, a proposito: ci descriva il suono del suo meraviglioso Alessandro Gagliano del 1710 con soli tre aggettivi e ci dica due parole anche sulle caratteristiche del suo strumento.
PIOVANO – Il suono è potente, vellutato e affascinante. È uno strumento dalle grandi dimensioni, raro esempio del capostipite della Scuola Napoletana, con una meravigliosa vernice rosso/bruno, reminiscenza della grande Scuola Cremonese.

Maestro Pappano, questa registrazione ha una storia che parte da molto lontano: ci può raccontare quando lei e il M° Piovano avete iniziato a fare musica da camera insieme?
PAPPANO – L’incontro è avvenuto quasi vent’anni fa per un concerto al Tuscan Sun Festival di Cortona, in Toscana. Insieme a Dmitri Sitkovetsky dovevamo suonare il Trio op.8 di Brahms e Dima propose di coinvolgere come violoncellista Gigi con il quale lui suonava già da tempo. Quando un paio d’anni dopo sono stato nominato direttore musicale dell’Orchestra di Santa Cecilia a Roma, ci siamo ritrovati con Gigi – che di quell’Orchestra
è primo violoncello solista – e a quel punto abbiamo iniziato a suonare regolarmente in duo. Da allora, compatibilmente con la mia folle agenda, abbiamo tenuto sempre almeno uno o due concerti l’anno: a Roma, Milano, Firenze, Bologna, al Bozar di Bruxelles… Ma abbiamo girato parecchio l’Italia, suonando anche in città non grandi, come Mestre, Como, Ravello, L’Aquila, Pisa…e pianoforte, trentacinque minuti di musica dalla scrittura densissima per entrambi gli strumenti, quasi sinfonica, proprio come i due capolavori di Brahms, e i due Trii…

Per concludere, raccontateci qualcosa sull’ambiente particolare in cui ha visto la luce questa registrazione, la bella villa nella campagna Toscana che ospita questo splendido Steinway.
PIOVANO – C’è da dire subito una cosa: la profonda amicizia che lega il M° Pappano e me al padrone di casa, Nicola Bulgari, l’essere da lui ospitati in un ambiente caldo e accogliente immerso nella pace della natura toscana e il poter disporre di un pianoforte così ricco di storia, hanno reso già in partenza la cosa assolutamente speciale per noi, eliminando
del tutto quel senso di freddezza e asetticità e alleggerendo anche lo stress che si provano in genere in sala di registrazione… Anche ciò che vedevamo intorno a noi faceva la differenza: davanti ai nostri occhi c’era il dolce profi lo delle colline toscane e ogni volta che uscivamo per una breve pausa eravamo immersi nel verde, nell’armonia e nel silenzio.
PAPPANO – All’inizio ero molto curioso di vedere come la nostra idea di registrare in casa di un caro amico avrebbe potuto conciliarsi con un’acustica che naturalmente è diversa da quella di uno studio di registrazione… Però l’intimità del luogo, la sua bellezza, i dintorni, e la convivialità che abbiamo vissuto con tutte le persone coinvolte in vario modo nella realizzazione di questo disco – il tecnico del suono e quello del pianoforte, il volta pagine – ci hanno dato un’enorme gioia: con Gigi abbiamo suonato moltissime ore, ma non sentivamo mai la stanchezza. In fondo è stato qualcosa che ci ha consentito di ritornare alle radici di quella che infatti si chiama “musica da camera”. In un certo senso la nostra è
stata un’esperienza di salon “in excelsis”… E le Sonate di Brahms ci hanno accompagnato costantemente: ora l’una, ora l’altra, a volte
entrambe, tanto che io ormai le associo a un viaggio in Italia in compagnia di un amico come Gigi. Suonandole portiamo con noi tutta la nostra conoscenza, la nostra esperienza, il nostro amore per questa musica, cercando di rimanere sempre fedeli al lirismo che caratterizza il nostro essere musicisti italiani, o comunque di origine italiana, come me.
Noi siamo abituati a collaborare in orchestra e Brahms in un certo senso scrive sempre in modo sinfonico, pensando all’orchestra: ma nella sua scrittura c’è anche tanto lirismo. Insomma, il poter stare insieme a registrare questa musica con la quale abbiamo avuto ed abbiamo un rapporto così stretto e familiare è stato il coronamento di un lungo percorso
fatto di molte componenti diverse: emotive, tecniche, di amicizia, di viaggio alla scoperta dell’Italia…

Maestro Piovano, allora questo legame con l’Italia spiega meglio la presenza nella registrazione delle Due Romanze di Martucci che, infatti, avete eseguito spessissimo anche in concerto accanto a Brahms…
PIOVANO – Certamente e non solo Martucci. Nei nostri programmi abbiamo sempre inserito piccoli omaggi alla musica italiana: Braga, Cirri, Marcello, ma anche autori d’oggi come Michele Dall’Ongaro e Riccardo Panfili…
Martucci è noto soprattutto per la sua produzione pianistica e sinfonica e in effetti nel panorama dell’Ottocento italiano, dominato dall’opera, rappresenta una voce fuori dal coro. D’altro canto le sue Romanze, come dice già chiaramente il titolo, un po’ come i Lieder ohne Worte di Mendelssohn richiedono una cantabilità e un fraseggio tipicamente vocali che l’Italia da sempre aveva esportato in tutta Europa. Ma di Martucci non dimentichiamo la splendida Sonata in fa diesis minore per violoncello e pianoforte, trentacinque minuti di musica dalla scrittura densissima per entrambi gli strumenti, quasi sinfonica, proprio come i due capolavori di Brhams e i due trii…