Johann Sebastian Bach, Suite inglesi

MUSICA FICTA_BACH_ENGLISH SUITES_ZANZU
Johann Sebastian Bach
English Suites Nos. 1-6 BWV806-811
Paolo Zanzu clavicembalo
Etichetta: Musica Ficta
Formato: Cd
N. supporti: 2
Codice catalogo: MF80323
Codice a barre: 5410939803224
Uscita in Italia: 15 maggio 2020
Ufficio commerciale: www.musica-ficta.com
Distributore:

DESCRIZIONE

Le Suite inglesi hanno ben poco d’inglese, e quel poco si deve a un equivoco. Sembra ormai certo che Bach possedesse una copia delle Suite per clavicembalo di Dieupart, compositore francese trasferitosi a Londra, che godette in vita di una certa notorietà. Bach avrebbe ripreso la struttura delle suite di Dieupart, ordinate tutte in gruppi di danze alla francese, preceduti da una ouverture, e avrebbe sostituito l’ouverture con preludi in stile concertato italiano. L’estetica musicale è dunque piuttosto d’ispirazione italiana e francese, mentre l’epiteto “inglese” deriverebbe, peraltro erroneamente, dal modello seguito da Bach per la composizione delle sue suite. Altre ipotesi sono state però formulate per spiegare il titolo dell’opera. La più convincente, benché sorretta anche questa da ben pochi elementi concreti, vuole che il Cantor abbia tentato con questo appellativo di invogliare un nobile inglese a diventare suo mecenate. Possiamo leggere in questo senso le parole “fait pour les Anglois”, fatto per gli Inglesi, che appare sulla prima pagina dell’esemplare ricopiato da Johann Christian Bach, figlio minore del compositore, che viveva del resto a Londra.

Oltre a questa copia, ce ne restano diverse altre, fra cui una di mano dell’amico e discepolo Gerber. Bach non diede alle stampe l’opera, ma poiché i manoscritti non presentano differenze sostanziali, l’interprete non si trova mai nella necessità di compiere scelte difficili. Ciò che, delle Suite inglesi, colpisce al primo sguardo sono le dimensioni grandiose di ciascuna di esse e in particolare dei preludi che le introducono. Ad eccezione del primo, che sembra ispirarsi alla giga della prima suite di Dieupart, gli altri preludi sono composti nello stile concertato italiano, con alternanza di soli e tutti, violino e orchestra. È interessante anche notare come, procedendo nelle suite, le proporzioni dei preludi si facciano via via più imponenti, e dal preludio della prima suite, che dura poco più di due minuti, si giunga al preludio della sesta, che sfiora gli otto.

Molti sono gli elementi, strutturali, compositivi ed estetici, a legare fra loro le sei suite, conferendo coerenza formale e unità alla raccolta nel suo insieme. Nella prima e nell’ultima suite i preludi si aprono con una introduzione: il primo con scale ascendenti, agili e veloci, come in una toccata; l’altro invece con arpeggi lenti e meditativi, tipici di una fantasia, che ricordano del resto quelli della Fantasia K.397 di Mozart, nella stessa tonalità di re minore. Nelle sarabande delle suite 2 e 3, Bach scrive gli ornamenti da eseguirsi alla ripresa.

Un altro elemento che dà forte coesione all’opera è il piano tonale. Le sei suite sono articolate su un esacordo discendente (La maggiore, la minore, sol minore, Fa maggiore, mi minore, re minore), che ricalca la melodia del corale “Jesu meine Freude”. L’architettura formale è molto omogenea e la struttura resta invariata da una suite all’altra: preludio, allemanda, corrente, sarabanda, galanterie (minuetti, gavotte, bourrées, passepieds, secondo la suite) e giga. Di proporzioni simili e regolari, le suite si differenziano essenzialmente per la presenza di double (nella seconda corrente della prima suite e nella sarabanda della sesta) e degli ornamenti indicati da Bach stesso, da eseguirsi alla ripresa (nelle sarabande della seconda e della terza suite). L’unica danza che evolve nel corso dell’opera è la giga che, come una sorta di contrappeso al preludio, diventa da una suite all’altra sempre più elaborata e virtuosistica, fino a raggiungere vette elevatissime nella sesta suite, che si chiude in un vortice vertiginoso, una macchina lanciata a velocità folle, un trillo del diavolo clavicembalistico. Le allemande, benché molto elaborate nella scrittura, parlano con immediatezza e commuovono con un lirismo e una poesia profondamente umani.

Dei tre grandi volumi di suite che Bach ha scritto, le Suite inglesi sono probabilmente le prime ad essere state composte, intorno al 1720 a Köthen. Se in esse ammiriamo un’architettura di dimensioni grandiose, un lirismo affrancatosi da obblighi formali o ancora la grazia tenerissima delle galanterie, ciò che rende queste sei suite incontestabilmente uniche sono la grandiosità, la forza, la potenza espressiva e un virtuosismo raro per l’epoca: caratteri tutti che contribuiscono a fare di quest’opera un capitolo fondamentale della letteratura clavicembalistica.
Paolo Zanzu

 

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